Le ricerche

Le ricerche sull'arte paleolitica e mesolitica in Italia

In Europa fin dalla metà del XIX secolo era un dato scientifico acquisito l'esistenza di una "preistoria" dell'Uomo, risalente ad epoche glaciali nel Pleistocene. Si conoscevano gli strumenti che emergevano dagli scavi nei siti di quelle popolazioni, attribuiti alla cosiddetta "età della pietra" (o Paleolitico), la prima delle epoche senza scrittura che precede il Neolitico e le età dei Metalli. La certezza che questi antichi progenitori possedessero anche la capacità di creare immagini (pitture, incisioni, bassorilievi…) si ebbe in Francia poco dopo la metà del XIX.

In Italia i primi studi sull'arte paleolitica risalgono agli inizi del XX secolo, rivolti alle cosiddette "Veneri" emerse dagli scavi di Alexandre Jullien nelle grotte dei Balzi Rossi (Ventimiglia, Liguria). Nel 1905 due naturalisti, E. Stasi e P. E. Regalia, che scavavano in una grotta lungo la costiera salentina, la Grotta Romanelli in terra d'Otranto, rilevarono alcune incisioni su una parete rocciosa (profili femminili?). Scoperte occasionali, queste, che ancora non diedero avvio ad un filone di studi, così come occasionali furono nel 1925 la casuale scoperta di un'altra statuetta femminile a Savignano sul Panaro (Modena), riconosciuta dall'allora giovane Paolo Graziosi come un prodotto paleolitico, il rinvenimento lungo le rive del Lago Trasimeno nel 1938 di un'altra piccola scultura in steatite e di un'altra ancora a Chiozza.

Fu Paolo Graziosi, paletnologo e antropologo dell'Università di Firenze, fondatore del Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria, a dare avvio a sistematiche e continue ricerche sul tema dell'arte preistorica. A lui si devono studi e indagini che a partire dai primi decenni del'900 fecero conoscere in Italia e all'estero il patrimonio figurativo italiano. Divenuto un'autorità del settore, riconosciuta in tutta Europa, Graziosi fu sempre presente al fianco di colleghi archeologi per approfondire gli studi sull'arte delle origini.

Al ventennio 1950-70 risalgono numerose scoperte che hanno segnato la storia degli studi e che hanno portato alla ribalta europea l'importanza delle documentazioni figurative italiane: Grotta Cala dei Genovesi a Levanzo, in Sicilia (1949-53), Grotte dell'Addaura e Niscemi presso Palermo (1953), Grotta Polesini nel Lazio (1951-55), Riparo Tagliente presso Verona (1958), Grotta Paglicci nel Gargano (1961), Grotta-Riparo del Romito sul Monte Pollino in Calabria (1961), Grotta del Cavallo (1963) e Grotta delle Veneri nel Leccese (1966), Riparo di Vado all'Arancio presso Grosseto (1969-70), Grotta Giovanna nel Siracusano e Grotta del Caviglione in Liguria (1971). Sono questi alcuni dei caposaldi del Paleolitico italiano, che hanno restituito significative evidenze, non solo artistiche.

L'incremento delle ricerche, ma anche dei ricercatori di archeologia del Paleolitico, dal 1970 in poi ha portato all'acquisizione di complessi figurativi di grande rilievo. Possiamo segnalare, ad esempio, Riparo Gaban, presso Trento, Grotta Fumane (Verona), Riparo Dalmeri (Altopiano di Asiago, Trento), nelle Dolomiti Venete Riparo Villabruna A.

Queste le principali scoperte di produzioni artistiche dei cacciatori-raccoglitori in Italia. Altre segnalazioni negli ultimi decenni hanno arricchito le nostre conoscenze, talora ampliando il repertorio già noto in alcuni dei siti già citati (ad esempio, Grotta Paglicci, Riparo Tagliente, Riparo Dalmeri) e permettendo di aggiornare il quadro storico nel quale inserire la cultura visuale.


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